L’ultimatum dell’UNESCO su Pompei; il disastro dei beni culturali a sud.

E’ una corsa contro il tempo per salvare gli scavi di Pompei, il più grande museo a cielo aperto che l’Italia possa vantare.

«Ma in quali mani si trovano, gran Dio! Perché mai il Cielo invia tali ricchezze a gente così poco in grado di apprezzarle?» Una frase del marchese Alphonse de Sade detta davanti alle rovine di Pompei nel lontano 1776 già allora faceva intendere la situazione di questo grande tesoro ancora alla mercè di chissa quali manovre oscure. Chissà se fosse stato  collocato più sù sarebbe stata la stessa cosa.  Scaricare sui custodi tutta la colpa di questa figuraccia mondiale, che ha spinto l’Unesco a lanciarci un umiliante ultimatum pochi giorni dopo averci riconosciuto altri tre siti patrimonio dell’umanità, però, è troppo facile.

La classifica sulla reputazione di 118 Paesi stilata dall’agenzia FutureBrand, vede il «marchio Italia» primo tra i sogni dei visitatori stranieri, primo nella tabella del patrimonio culturale, primo nella cucina. Eppure perdiamo cinque posizioni su 2012 scivolando al 15º posto. Per non dire della graduatoria Travel & Tourism del World Economic Forum sulla competitività turistica che ci vede arrancare al 26º posto.
Non basta possedere il Colosseo e Taormina, le mura di Palmanova o Selinunte: devi occupartene. Garantire trasporti, una rete web decente, alberghi e ristoranti decorosi ma non avidi, sicurezza sul fronte della piccola criminalità. Ma soprattutto devi mostrarti consapevole delle ricchezze che hai e coscienzioso nella loro gestione. E qui non ci siamo proprio.
Dal 2001 ad oggi, mentre gli altri Paesi si muovevano in direzione opposta, gli investimenti sulla cultura sono calati dal 39% al 19% del nostro Pil. E i risultati si vedono. Anche nelle carenze del personale di chi dovrebbe occuparsi dei nostri tesori. Come ha scritto Vittorio Emiliani, in tutta l’Italia «gli archeologi in organico sono 343 per oltre 700 siti archeologici e monumenti dello Stato, spesso di dimensioni imponenti, e magari in località decentrate.

Ecco: Pompei, come hanno scritto il New York Times o Le Monde , è la metafora di tutto questo. Cioè dell’abuso di un patrimonio immenso sprecato giorno dopo giorno per sciatteria, egoismi, cecità. Basti leggere il dossier degli inviati dell’Unesco. Scandalizzati dalla scoperta che 50 domus su 73 sono chiuse al pubblico, compresa quella dei Vettii, sbarrata per restauri dal lontano 2003. O che su terreno archeologico, come inutilmente aveva denunciato il presidente dell’osservatorio archeologico Antonio Irlando, sono stati edificati nuovi magazzini «impressionanti» mentre l’Antiquarium resta chiuso dal 1977. O che esiste una carenza «allarmante» di tecnici addetti alla manutenzione, come i mosaicisti (l’ultimo è andato in pensione il 1° aprile 2001: dodici anni fa) con il risultato che perfino il mosaico più famoso, quello del «cave canem» all’ingresso della domus del Poeta Tragico, è ormai sfigurato dall’incuria.

La richiesta di aumentare il personale, soprattutto custodi, è ribadita anche delle guide turistiche degli Scavi di Pompei. «Siamo costretti a tenere chiuse le Domus per la gravissima carenza di custodi – racconta una guida – Non si può controllare un flusso di 15mila turisti che in un giorno tocca e calpesta affreschi e pavimenti di mosaici preziosi, senza che nessuno li possa fermare». «C’è da sperare che non si minimizzi ancora una volta l’ammonizione che l’Unesco ha pronunciato in questi giorni», è invece l’auspicio di Antonio Irlando, direttore dell’osservatorio Patrimonio culturale.

«Nei prossimi giorni – aggiunge la soprintendente – si provvederà alla procedura dei bandi per i lavori di messa in sicurezza delle regioni VI, VII e VIII, cioè più della metà dell’area già scavata. Dopo l’estate saranno aperti i cantieri». Sulle gare al massimo ribasso contestate dai sindacati, però, sottolinea: «Noi lavoriamo sempre ai sensi delle norme vigenti. La nostra scadenza più importante è relativa alla spesa dei fondi europei entro il 2015». Sarà proprio la procedura di gara al massimo ribasso quella che domani, al tavolo con l’assessore regionale ai Lavori pubblici, la Fillea Cgil porrà come principale preoccupazione, per l’inefficacia del controllo esercitato dalla Prefettura sul Progetto Pompei.

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Gennaro Napoletano - Direttore Editoriale di LaFragolaNapoli.it