Il pomodoro è italiano nient’altro che italiano L’intervento

rassegna stampa

da http://www.unita.it/

di Giovanni De Angelis Direttore Generale Anicav

lPeriodicamente viene rispolverata la «leggenda metropolitana» del pomodoro cinese che invade i mercati e le tavole italiane. Una leggenda che sopravvive a dispetto di ogni più basilare elemento di conoscenza e che ha come unica conseguenza quella di creare allarmismo mediatico e disorientare i consumatori, anche quelli più esperti come gli italiani. L’Italia importa dalla Cina soltanto concentrato (semilavorato) e non pomodoro fresco o altri derivati del pomodoro. Negli stabilimenti delle circa 150 industrie conserviere italiane vengono trasformati principalmente pomodori pelati interi, ottenuti da prodotto fresco di varietà allungate; polpa, ottenuta anch’essa dalla lavorazione di prodotto fresco sia lungo che tondo, pelato, ridotto in pezzi o triturato; passata, par la quale è prevista in etichetta la dicitura d’origine, ottenuta dalla concentrazione di pomodoro fresco; concentrato, ottenuto dalla concentrazione del succo di pomodoro con tenore di estratto secco uguale o superiore al 12%. I pelati, prodotto caratteristico e di pregio delle aziende campane, la polpa, la passata e i pomodorini in scatola che mangiamo tutti i giorni, e che i consumatori trovano sugli scaffali, sono, quindi, italiani, di ottima qualità e ottenuti da «Pomodoro Fresco» che viene interamente prodotto in Italia e trasformato, a distanza di poche ore dalla raccolta, nel periodo che va da luglio a settembre, dalle aziende conserviere, il cui nucleo più numeroso si concentra nelle regioni Campania ed Emilia Romagna. Viene allora da chiedersi come si può immaginare di ottenere, attraverso la «manipolazione» di un semilavorato ottenuto dalla concentrazione del succo di pomodoro, quale il concentrato importato dalla Cina, prodotti con caratteristiche completamente diverse come il pelato o la polpa. Ci vorrebbe un vero e proprio miracolo per riportare alla forma iniziale il pomodoro (da liquido a solido)! E allora perché la «leggenda» del pomodoro cinese che diventa Made in Italy continua?

Tutto nasce e si sviluppa intorno al «business dell’importazione del concentrato cinese». Semilavorato che entra in Italia, molto spesso in regime di temporanea importazione, per essere rilavorato e riesportato in mercati extracomunitari, prevalentemente Nord e West Africa, Russia e Medio Oriente. Procedura, questa, condotta nel pieno rispetto delle regole e sottoposta a controlli quali-quantitativi effettuati dalle Autorità Doganali, cui vanno aggiunti i controlli effettuati dalle AA.SS.LL. presso gli stabilimenti di trasformazione. Un business che, tuttavia, va sempre affievolendosi. Lo dimostra il fatto che nel 2012 le importazioni dalla Cina si sono ridotte di quasi il 50% rispetto al 2011 con una tendenza a diminuire ulteriormente nei prossimi anni. Tutto questo sta generando una rapida fuoriuscita delle aziende italiane dai mercati africani e del medio Oriente, a vantaggio delle nuove imprese di trasformazione nate in territorio cinese, grazie ad una crescita esponenziale degli impianti produttivi nel Paese asiatico, allo sviluppo del know how interno e alla creazione di un sistema di agevolazioni fiscali, che, di fatto, aiutano le esportazioni, oltre alla diversa incidenza del costo della materia prima e della manodopera. Criminalizzare, quindi, un intero comparto che occupa circa 12.000 addetti fissi e oltre 20.000 stagionali, cui aggiungere l’indotto (scatolifici, cartonifici, officine meccaniche, trasporto e logistica, ecc), con un fatturato che supera i 2,5 miliardi di euro, sembra veramente eccessivo. Voler addirittura creare uno strutturato collegamento, se non addirittura una «organicità» dell’industria conserviera con il sistema malavitoso organizzato, diventa un pericoloso e fantasioso esercizio di disperata «caccia alle streghe». E allora viene da chiedersi: cui prodest?

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Gennaro Napoletano - Direttore Editoriale di LaFragolaNapoli.it