di Domenico Corcione
Fece molto scalpore, nel 2006, la scoperta di reperti archeologici di origine micenea nella campagna afragolese, in località Cinquevie, avvenuta del tutto casualmente mentre si stava operando sul tracciato del Tav. Gli esperti della Soprintendenza archeologica di Napoli, infatti, portarono alla luce piatti, vasi e coppe, sepolti a circa 5 metri di profondità, i cui frammenti erano dispersi all’interno del recinto di una capanna, ancora più antica della ceramica stessa.
La presenza di testimonianze archeologiche di molti secoli precedenti alla data del 1140 in cui la leggenda situa la nascita del casale non era una novità: già Giuseppe Castaldi, nelle sue “Memorie storiche” del 1830, testimoniava di aver ritrovato tombe “con monete e vasi antichi”, collegandone la presenza alla vicinanza con Acerra, città di stirpe ausona (XIV sec. a.C.) poi osca (VI sec. a. C.); mentre Gaetano Capasso, in “Afragola. Dieci secoli di storia comunale” del 1954, parlava di una villa romana trovata al Canterello e di ritrovamenti nell’area delle Cinquevie di una necropoli del IV secolo a. C., forse osca.
La novità del 2006 era costituita dall’epoca dei reperti: fino a quel momento si era sempre pensato che sul territorio della futura Afragola c’erano stati pagi (piccoli villaggi di poche capanne) di origine osca, a causa della vicinanza con Acerra, e al più qualcuno aveva azzardato qualche infiltrazione etrusca. La presenza di materiale miceneo, datato intorno al XIII secolo, e costituito da frammenti di ceramica, da anelli bronzei e dai resti di capanne, ha invece sconvolto questo quadro, in quanto si riteneva che i Greci non si spingessero mai oltre l’immediato entroterra delle colonie che fondavano, posizionate sempre nei pressi del mare.
Le prime teorie, che restano per ora anche le ultime, ipotizzano che la ceramica fosse sia d’importazione, arrivata fin quaggiù tramite le tratte commerciali, sia del luogo, il che presuppone la presenza di laboratori atti alla loro produzione. E’ possibile che gruppi di greci si siano spinti nell’entroterra e abbiano fondato un piccolo villaggio, attratti dal clima salubre del luogo, ben soleggiato e non molto distante da un corso d’acqua, il Clanio, che in quell’epoca era davvero un fiume, non il rigagnolo maleodorante di oggi. Il motivo di creare fin laggiù, a 15 km circa dalla costa, un proprio insediamento poteva essere dettato dalla volontà di aprire relazioni commerciali, e forse anche “diplomatiche”, con i vicini Ausoni, stanziati intorno all’area dei Monti Tifata e che saranno poi i fondatori di Acerra.
L’entusiasmo degli archeologi per la scoperta dei reperti micenei era ben giustificata: quelle fibbie e quei vasi potevano far riscrivere completamente la storia degli insediamenti greci nel Meridione d’Italia, e dare notorietà a livello mondiale. Ma ben presto tale slancio accademico incontrò il peggior nemico di ogni storico, archeologo e uomo di cultura in genere: l’indifferenza.
Prima di tutto, con gradevoli eccezioni, la cittadinanza mostrò un tenue interessamento, subito scomparso. Il fatto che degli antichi Greci, degli uomini provenienti dal Mediterraneo orientale, potessero essere vissuti e sepolti nel territorio della propria città, non destò molta attenzione negli afragolesi. Poi, la cosiddetta elitè culturale della città, che pur prendendo atto della notevole importanza della scoperta, non la pubblicizzò, non mantenne desto l’interesse, continuando a occuparsi del buon vecchio Ruggero il Normanno. Infine la politica: quando fu comunicata alle agenzie la presenza di testimonianze greche ad Afragola, c’era la commissione prefettizia, e quindi eravamo in una sorta di limbo amministrativo. Ma nemmeno in seguito c’è stata molta attenzione su un tale argomento.
Così, il silenzio coprì nuovamente le opere di quegli antichi uomini, primi veri afragolesi, sia pure “ante tempore”. Fino a quando, in uno sciagurato giorno, si procedette alla sepoltura vera e propria.
Avete letto bene: il sito riportato alla luce è stato nuovamente interrato. Evidentemente la mancanza di una sana “lobby” culturale che ne curasse il mantenimento ha prodotto disinteresse, e dopo l’asportazione di materiale finito forse al solito Museo Archeologico di Napoli, dove viene risucchiato tutto quello che viene trovato da noi, l’antica capanna è stata coperta di terriccio, foglie e “speriamo” nient’altro. Ovviamente, non un grido, non uno strepito da parte degli uomini di cultura, anche se ormai continuarli a chiamare così è un’offesa a chi cultura la diffonde davvero. Oggi il sito giace degradato in un campo laterale al prolungamento di via Arena, andando in direzione di Acerra.
Non ho foto del sito scavato, che ho visto presso alcuni fortunati cittadini, di cui taccio il nome ma che invito a pubblicarle nei modi e luoghi dovuti. Allego dunque la foto del sito ricoperto e degradato: almeno noi possiamo dire di non essere stati in silenzio.




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