di Domenico Corcione
(Riparte, dopo quasi un anno di stop, la nostra cronistoria sulla Storia di Afragola)
Abbiamo visto nel precedente articolo come nell’area dove un giorno saremmo vissuti, insistessero vari villaggi, poi progressivamente distrutti e inglobati nel centro nascente attorno alle chiese di Santa Maria Assunta, San Giorgio e San Marco. Di alcuni è sopravvissuto il toponimo, come Arcopinto o Canterello, che oggi designano altrettanti quartieri della città; di altri non è rimasta neppure l’indicazione geografica, come di San salvatore delle Monache, che alcuni danno presso la chiesa della Scafatella, mentre altri vicino alla via Nazionale delle Puglie; altri ancora ricadono perfino in altri Comuni, come Arcora, toponimo che indica l’area di Casalnuovo appena si è usciti dalla lunghissima via San marco, indicata dall’omonima chiesa. Subito dopo il Mille, si cercò di riprendere il tessuto economico del Napoletano, anche per le mutate condizioni politiche. Nel 1131 fu fondato il regno di Sicilia da parte di Ruggero il Normanno, incoronato della cattedrale di Palermo con consenso dell’antipapa Anacleto II. Aveva così origine l’esperienza statale del Meridione, seconda per temporalità solo allo Stato Pontificio, il quale era e sarebbe stato anche in futuro, squassato dalle lotte fra baroni locali. Il nuovo sovrano intraprese una massiccia opera di rafforzamento prima militare e poi economico del nuovo regno, che pur avendo una denominazione limitata alla Sicilia, si estendeva anche alle attuali regioni di Calabria, Basilicata e Puglia. La nascita del regno, per mano di un antipapa, per di più di origine ebrea, mise il giovane Stato in difficoltà coi principali regni europei, che riconobbero in Innocenzo II il legittimo Pontefice. Il primo decennio di governo fu un susseguirsi di battaglie per garantire l’integrità territoriale: i Normanni iniziarono a risalire la penisola, entrando in Campania e conquistando prima Salerno e poi le regioni interne. Fallita una trattativa con Innocenzo II per il riconoscimento dell’incoronazione avvenuta a Palermo, Ruggero espugnò anche Napoli, ponendo fine al Ducato indipendente ma formalmente bizantino che ivi c’era nel 1137, e proseguì per Terra di Lavoro. Nel gennaio 1138 Anacleto II morì, ponendo fine alla scissione nella Chiesa. Si intavolarono trattative, fallite le quali si arrivò allo scontro bellico e alla cattura di Innocenzo nei pressi di Montecassino. Infine, nel 1139, finalmente arrivò il riconoscimento tanto atteso: Ruggero diveniva vassallo del Papa e reggitore del regno meridionale, ormai allargatosi alla Campania e al Sannio intero (oggi diviso fra il Molise e la provincia di Benevento).
Quindi nel 1139 il regno inizia la sua vita pacifica. Guarda caso la più antica leggenda sulla nascita della nostra città ne data la nascita nel 1140, a opera di 10 famiglie di altrettanti veterani di Ruggero, che ebbero dal sovrano appezzamenti di terra nell’area afragolese. Costoro avrebbero preso dimora nelle terre che corrispondono all’attuale quartiere Casavico, e avrebbero chiesto al successore di Ruggero, Guglielmo, la costruzione di un tempio religioso per le loro necessità. Tale chiesa è quella di San Marco in Sylvis, trasportata nottetempo dagli angeli dalla sua ubicazione originaria all’attuale, evento miracoloso segnato dalle croci di marmo apposte sulle mura perimetrali del tempio. Tale favoletta, sotto forma di poema in ottave, ci viene raccontata da Giuseppe Bocrene, anagramma di Cerbone, che ne attribuisce la paternità a Domenico De Stelleopardis, teologo afragolese del finire del XIV secolo. Essa non rappresenta certo la verità storica, visto che, come sappiamo, già esistevano diversi villaggi nell’area della futura Afragola, e il documento più antico che cita un nome simile a quello della città, come vedremo, risale a quasi un secolo prima del 1140. Quindi la donazione di terreni ai veterani, se pure sia avvenuta (e non abbiamo difficoltà a crederlo, visto che era una pratica che risaliva fin ai Romani), non ha rappresentato un nessun inizio, semmai un aumento demografico. La chiesa di San Marco in Sylvis fu fondata nel tardo XII secolo, come le altre, su un terreno di proprietà dell’abbazia dei santi Marcellino e Festo, e difatti l’abadessa aveva voce in capitolo nella scelta del parroco. Considerando che la nascita delle altre chiese fu coeva, ma che San Marco divenne parrocchia solo nel 1356, la data di fondazione del tempio dell’Evangelista, il 1179, sembra più una forzatura per farla ricadere nel periodo di regno di Guglielmo il Buono (1166 – 1189) che una vera data storica. Perciò la storia raccontata nel Seicento da Bocrene, riferendosi a quella del trecento dello Stelleopardis, può essere presa in esame più per le cose che omette che per quelle che dice. Da essa sappiamo, indirettamente, che la popolazione della zona di San Marco sul finire del XIV secolo era talmente cresciuta da richiedere la costruzione di un tempio a parte rispetto agli altri che esistevano sul territorio, e che la Corte fu ben lieta di accontentarla, forse anche per concorrenza con la Curia napoletana ( la quale, contemporaneamente, iniziò la costruzione di Santa Maria Assunta su un proprio terreno). Cose taciute dal poemetto dello Stelleopardis, e a questo punto ci sorge spontanea la domanda del perché un simile testo sia stato scritto. Non credo sia questa la sede per una lezione di filologia, ma do uno spunto a chi vuole raccoglierlo. Sfogliando l’elenco dei parroci di San Marco, alla fine del Trecento troviamo un Ippolito de Stelleopardis: l’omonimo Domenico era di San marco. Che il poema sia stato scritto per portare un po’ di gloria a una parrocchia nata più tardi delle altre, e retta in quel momento, forse, da un consanguineo o lontano parente? Faccia il lettore le sue considerazioni.
(continua)


