Emergenza lavoro; Parlare di 1 maggio in tempo di crisi

di Domenico Corcione

Parlare di 1 maggio e di festa dei lavoratori, mentre imperversa una crisi occupazionale impressionante, sembra oggi un assurdo esercizio retorico, quasi quanto il trito e vecchio rito del Concertone a Roma, che ha come unico effetto quello di rendere un incubo la giornata seguente agli spazzini della capitale. La disoccupazione e l’inoccupazione (cioè la percentuale di coloro che non trovano neanche il primo lavoro) è prossima alle due cifre percentuali, e le prospettive future non sono rosee. La riforma del lavoro targata Fornero, incentrata su licenziamenti e assunzioni dinamiche, così come quella dell’età pensionabile portata a 67 anni, non risolvono il problema fondamentale dell’inattività giovanile. Il punto, a mio parere, è uno solo: le generazioni precedenti, vissute nel periodo del boom degli anni Sessanta e Ottanta, hanno occupato tutti gli spazi disponibili, e adesso, vivendo in un periodo di assoluta precarietà, sono ritrose nel cedere gli spazi alle nuove leve,le quali, sprovviste di ogni tutela, arrancano come possono nel mezzo della crisi. Non si vuole qui incitare alla lotta generazionale fra padri e figli, ma focalizzare il punto della questione: troppi attempati a lavorare, troppi giovani a spasso.                                                                               Il lavoro, elemento fondante della Repubblica ai sensi dell’articolo 1 della Costituzione, è un miraggio che stenta a diventare realtà; e le vuote parole retoriche dei politici, da trent’anni in Parlamento o nelle amministrazioni, o le cadute di stile dei ministri tecnici, a cominciare da Monti e dalla sua critica al posto fisso,  hanno il solo effetto di scoraggiare o aizzare i giovani contro un sistema che non sentono loro e che vedono deperire quasi letteralmente. A ciò si contrappone solo un’apparente abbondanza di lavori che i giovani italiani non vogliono più fare, secondo la cara retorica terzomondista dell’ex ministro Riccardi.   Non sono gli italiani a essere pigri, caro politicante, sono i datori di lavoro che offrono lavori malpagati e rilasciano interviste col viso affranto, per giustificare l’utilizzo di manodopera straniera a basso costo, tra l’altro illegale ai sensi delle normative europee, tanto citate dai cronisti in altri casi. Quando intervistano un ristoratore che, a fronte della disponibilità di posti di lavoro, lamenta che nessun cuoco italiano si presenta, nella maggior parte dei casi è un bugiardo che sa di mentire. Se il giornalista che raccoglie la sua testimonianza, si arrischiasse a domandargli anche quanto intende pagare a giornata il lavoratore, nella stragrande maggioranza dei casi avrebbe come risposta cifre da fame, che bastano da sole a giustificare la penuria di lavoratori italiani. E ciò vale per tutti i settori, dalla ristorazione all’ edilizia. Se si vuole  davvero uscire da questo vortice assurdo senza sbocchi, è necessario un patto generazionale, ma non come quelli avuti finora, che prevedono solo attese snervanti per i giovani: è necessario un graduale passo indietro delle generazioni precedenti,e una regolamentazione vera del mercato del lavoro, per evitare che gli “imprenditori” italiani continuino a fare i furbi e poi vadano a piangere come ipocriti ai microfoni di Barbara D’Urso.

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Gennaro Napoletano - Direttore Editoriale di LaFragolaNapoli.it