Afragola sconosciuta: i resti della chiesa di Santa Maria al Salice; quì il rè di Napoli Carlo I d’Angiò ricevette le chiavi del Regno dal popolo e dalla nobiltà di Napoli.

di Domenico Corcione

Concludiamo oggi il nostro progetto editoriale sul recupero di zone sconosciute ai più o, in alcuni casi, da tutti, trattando delle rovine di un antico edificio sacro, posto nel distretto più meridionale della città: Santa Maria la Nova al Salice.

Innanzitutto, specifichiamo l’area di cui trattiamo. Se, uscendo da via San Marco, si svolta a destra sulla strada per Casalnuovo, si giunge al ponte dell’ A16 Napoli – Canosa. Svoltando a destra, ci si inoltra per via Napoli, che giunge alla rotatoria del centro commerciale “Meridiana”. Svoltando ancora a destra, entriamo nella SS7bis, o Variante alla via Nazionale delle Puglie. Orbene, a differenza di quel che comunemente si crede, tutto il lato destro della strada percorsa fa parte della città di Afragola, dal ponte dell’autostrada fino all’hotel Clinton, e fa parte della contrada Salice. Anticamente tale area era di pertinenza dei casali di Afragola, Casalnuovo e Pollena, anche se una fonte ci segnala che esso potesse essere considerato come un’enclave della stessa Napoli, non essendo lontano dalla Casa dell’Acqua, dove si smistavano le acque e da cui partiva un ramo del Sebeto (*). Oggi esiste una «contrada Salice» all’interno del comune di Afragola e all’interno del comune di Casalnuovo: in realtà si tratta della stessa zona divisa in due, anche se il Comune di Casalnuovo vi ha installato un impianto di pubbliche affissioni. Come riporta Lorenzo Giustiniani nel suo “Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli”, vol. II p. 306, il Salice era una contrada malsana a causa delle acque risorgive che confluivano nella Casa dell’Acqua, e nonostante i lavori di scolo, l’aria restava “molto grossa vedendovisi spesso vapori assai addensati”

La nostra chiesa, o quel che ne rimane, si può raggiungere proseguendo dritto alla rotatoria succitata, lasciandosi il centro “Meridiana” sulla sinistra e alla fine della strada svoltando a destra, fin quasi all’altra rotatoria. Anche questo tratto appartiene alla città di Afragola. Il penultimo palazzo bianco a destra presenta una rientranza e alcune costruzioni fatiscenti: sono i resti di Santa Maria la Nova al Salice.

La storia di questa cappella può definirsi il paradigma perfetto di come si siano trattati gli edifici storici afragolesi posti fuori dal centro abitato. Essa era lunga 25 palmi (poco meno di 7 metri), larga 22 (5 m e mezzo), alta 20 (5 m). Molto piccola quindi, e del resto non doveva accogliere che coloni e contadini di ritorno dai lavori agricoli, essendo che il Salice, allora come oggi, non è mai stato molto abitato. Nel 1265, come riporta Matteo Spinelli nei suoi Annali, il re di Napoli Carlo I d’Angiò partì il 24 febbraio da Benevento e nei pressi di questa cappella ricevette le chiavi del Regno dal popolo e dalla nobiltà di Napoli. Da allora essa è diventata una meta fissa dei reali napoletani allorché si spostavano verso le Puglie: come ci dice


Carlo Cicala, il primo a pubblicare descrizioni dettagliate della cappella, partito da Poggioreale il re sostava in preghiera nel tempio, ultima stazione dell’entroterra di Napoli a essere toccata negli spostamenti a oriente dei sovrani, e poi proseguiva senza più fermate fino a Nola o persino Atripalda. Con la perdita dell’autonomia e l’instaurarsi del vicereame spagnolo, iniziò il declino dei casali di Napoli e anche delle periferie ad essi connesse, come il Salice. Addossato alle pareti del tempio, c’era un forno che serviva al sostentamento dell’eremita che lo curava, ma anch’esso cadde in disuso. Come si usava a quell’epoca, anche la chiesetta era di patronato di una famiglia che provvedeva a dotarla di arredi e benefici per l’eremita, nella fattispecie nel 1742 è indicato come patrono Francesco Arena. Ma doveva essere uno juspatronato aleatorio, se nel 1836, al tempo della Visita del cardinale Cantelmo, il sacerdote Vincenzo Pecchia affermava che l’edificio era di sua proprietà, non aveva né sussidi né legati beneficiari, e andava avanti solo grazie alle cure dello stesso Pecchia, che celebrava per i coloni anche di altri casali.

Da allora, silenzio assoluto. Quest’estate, andando alla ricerca del tempio, mi sono imbattuto in parecchie difficoltà, dovute al coacervo di confini di Comuni e nella confusione del titolo della chiesa, indicata come Santa Maria la Nova in un caso e Addolorata in un altro (esiste una cappella dell’Addolorata ad Arpino, a circa 2 km dal Salice, ma non è la stessa chiesa).

Andando con don Carlo, ho finalmente osservato ciò che rimane della chiesa. Appena un arco racchiuso fra una concessionaria di auto e un campo privato, con mure dirute e un vano  laterale, forse corrispondente all’antico forno. Nonostante sia in territorio afragolese, anche se ai margini estremi, non è mai stato preso in esame un suo recupero da parte di nessuna autorità o ente culturale, come è accaduto in tante altre occasioni.

Con la riscoperta della cappella del Salice, luogo preferito dei sovrani di Napoli e dimenticato dagli afragolesi, termina il ciclo di “Afragola sconosciuta”.

Un progetto editoriale nato a febbraio e che ha ripercorso luoghi o situazioni della città dimenticate o sconosciute. Nove tappe che hanno destato curiosità, interesse e anche un mare di polemiche. I soloni che da anni dicono di fare cultura in questa città e sono ancora fermi a Ruggero il Normanno o ai testi buoni ma datati di don Gaetano Capasso hanno alzato la voce, essendo che proponevamo, il direttore e io, una “Storia” certa e sconosciuta che risultava più interessante delle loro “storie”, che sono sempre le stesse. In un caso si è minacciato chi scrive di non parlare più di queste cose, visto che solo loro che sono già conosciuti possono parlarne. Sono gli stessi, si badi, che hanno permesso che il villaggio dei greci fosse sepolto da una fogna e che davano il Casone Spena per scomparso, quando esso, per quanto malandato, si erge ancora.

Noi abbiamo cercato di gettare luce su questa Afragola ignota ai più, e vediamo che adesso (dicembre 2013) si organizzano gruppi, profili Facebook che parlano di riscoperta del territorio. Non siamo gelosi, e anzi ci fa piacere di aver smosso un po’ di coscienze, notoriamente pigre in questa città. Pur continuando a trattare di questi argomenti, perché è il nostro metier, concludiamo però il ciclo di “Afragola sconosciuta”, che ha esaurito il suo compito. Altri ora devono muoversi, non solo giornalisticamente ma anche politicamente, e raccogliere i semi che abbiamo piantato.

Domenico Corcione

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Gennaro Napoletano - Direttore Editoriale di LaFragolaNapoli.it