di Alfonso Fontanella
25 settembre 2014 alle ore 23.51
C’abbiamo fatto il naso. Come la puzza che respiriamo. Non ci facciamo più caso perché ci siamo abituati al fetore. Così anche per la criminalità. Ci siamo abituati a convivere con essa che quasi non ci impressiona più.
La microcriminalità è in forte aumento. È inutile negarlo; è sotto gli occhi di tutti. Non è conseguenza della crisi. Non ci ho mai creduto.
Lo scippo, la rapina, il furto, il “cavallo di ritorno” ad Afragola sono in forte crescita. Non so quanti denunciano, ma con chiunque parlo racconta di un crimine subito. Uno o più.
Sono stanco. Anzi credo di poter affermare a nome di tutti gli onesti cittadini della mia Città: SIAMO STANCHI.
Ho pensato di scrivere al Ministro della Difesa, al Prefetto, al Questore.
Per dire: la nostra amata terra è invivibile.
Vorrei andare via.
Vorrei avere il coraggio di farlo. Ma la amo. La amo e non voglio vederla morire.
Non voglio vederla morire sotto un cumulo di rifiuti.
Non voglio vederla morire sotto il fuoco delle armi.
Non voglio vederla soffocare dall’ indifferenza e dall’ omertà.
Non è possibile che la nostra amata terra la sera diventi terra di nessuno. Chiunque spadroneggia. Ragazzi poco più che maggiorenni che
vanno in giro armati non esitando a puntare in faccia la pistola quando vengono sorpresi a rubare un’auto. Non si fanno scrupoli di picchiare un’anziana signora, legarla col nastro adesivo e imbavagliarla per impadronirsi di 200 euro, forse l’incasso della giornata dalla sua merceria.
Non è possibile che chiami il 112 e ti viene risposto: “Mi dispiace non abbiamo volanti disponibili”.
Che tristezza.
Che angoscia sentire i pianti dei bambini che hanno visto il loro padre con la pistola puntata in faccia. Hanno paura. Terrore. Urlano.
Ad un caro amico confidai: se non avessi avuto, figli mi sarei battuto con tutte le mie forze contro l’illegalità. Mi rispose: “Proprio perché hai i figli hai un motivo per farlo”.
Mi capita spesso di pensare alla morte. Come, quando, dove accadrà?
Se mi troverà preparato. La sofferenza che potrò procurare ai miei affetti. Il dolore fisico che dovrò sopportare. In effetti è questo che spaventa. La paura di soffrire.
Ma indipendentemente da come sarà l’epilogo ciò che conta è la storia che si è scritta, vissuta e il ricordo che resterà.
Mi hanno colpito le parole del Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa: «… ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per poter continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli».
È bello essere fieri del proprio papà. Certi papà restano per i figli gli eroi tra le cui braccia si sentono protetti, la cui presenza è già un sostegno.
Anche per me è stato così. Purtroppo la vita mi ha costretto a crescere in fretta, a camminare presto da solo. Si perché quando perdi i genitori devi decidere da solo. Non hai nessuno con cui confidarti. Non hai nessuno che quando esci di casa ti dice: “Stai attento figlio mio” e ti mette
in guardia dai pericoli della vita.
Quando esci di casa la mattina non sai se la sera ritorni.
Se riabbracci i figli che, appena ti vedono rientrare, corrono incontro per abbracciarti.
Non si vive sereni. Lì fuori c’è sempre qualcuno pronto ad aggredirti, a fregarti, a rubarti, ad ingannarti, a farti del male…
Perché questo?
Solo per qualche misero spicciolo. Servissero almeno a comprare la felicità!
No, la felicità non si acquista. Lo sappiamo bene, ma non ci crediamo profondamente. Tutti abbiamo il desiderio di felicità è inutile nasconderlo. Tutti la cerchiamo in maniera diversa. Spesso nelle cose sbagliate.
La felicità è ad un passo da noi. E’ più vicina di quanto possiamo immaginare. Basta guardarsi dentro.
Coraggio. Dico a me e a quanti avranno avuto la pazienza di leggere questo scritto.
Noi siamo uomini di speranza. Basta volerlo. Se lo desideriamo possiamo realizzare un mondo più giusto, pacifico, onesto.



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