Quando la camorra entrava nella chiesa

di Gennaro Napoletano

Le varie “ culture mafiose in Italia non sono state ancora sconfitte per vari ragioni, le motivazioni  del loro «perdurare” non sono stati  volutamente individuati.

Come spiegare il fatto che in aeree «cattolicissime» meridionali e non meridionali si siano sviluppate alcune delle organizzazioni criminali più spietate e potenti al mondo? Come spiegare che la maggioranza degli affiliati a queste bande di assassini si dichiarino cattolici osservanti?, addirittura facendo parte di gruppi di approfondimento e di percorso spirituale- Che rapporto c’è tra cultura mafiosa e cultura cattolica? E perché questo rapporto non è stato mai indagato in sede storica e, invece, è sempre smentito o sottovalutato?

«La domanda che ci ossessiona è la seguente: le organizzazioni criminali di tipo mafioso avrebbero potuto ricoprire un ruolo plurisecolare nella storia meridionale e dell’intera nazione se, oltre alla connivenza di settori dello Stato e di parte consistente delle classi dirigenti locali, non avessero beneficiato del silenzio, della indifferenza, della sottovalutazione e anche del sostegno dottrinale, se così si può definire, di una “teologia” che trasforma degli assassini in pecorelle smarrite da recuperare piuttosto che da emarginare dalla Chiesa e dalla società?

Sono domande che alla luce delle nuovi acquisizioni devono farci riflettere in quanto  senza una Chiesa realmente e cristianamente antimafiosa,  anticamorristica, la lotta per la loro sconfitta definitiva sarà ancora lunga.

Una religione che fa della carità un atto devozionale, possiamo considerarla del tutto estranea a quella mentalità della ricerca del “padrino” oppure meglio ancora “benefattore”?

Con gli omicidi mafiosi di don Pino Puglisi, fatto assassinare a Brancaccio dai fratelli Graviano, e di don Peppe Diana, ucciso a Casal di Principe dai sicari di Sandokan, e di tanti altri ancora sacerdoti che nella loro innominata compostezza vivono il problema in prima persona, esponendo la loro vita al servizio del vero messaggio evangelico è mersa una coscienza nuova che a differenza di quello che si dice non è  un eccezione. Però mai trascurare un problema che purtroppo continua ad esistere, specialmente dove il degrado culturale e il disagio sociale affonda le sue radici per radicarsi e perpetuare.

Peppino Impastato: «Se la Chiesa avesse praticato la rottura, radicalmente e permanentemente, e avesse messo lo stesso impegno nel rifiuto della violenza, nella denuncia della mafia, che ha messo, per esempio, nella minuziosa classificazione delle eresie e dei comportamenti sessuali, non saremmo al punto in cui siamo, almeno sotto il profilo del consenso alla mafia». L’atteggiamento della chiesa cominciò a cambiare sotto le spinte riformatrici del Concilio Vaticano II. Ma bisognerà aspettare il 1982 per sentire le parole indignate del cardinale Salvatore Pappalardo nella celebre omelia ai funerali di Dalla Chiesa su Sagunto espugnata. I boss reagirono con segnali inquietanti. Ma ormai era netto il contrasto tra chiesa e Cosa nostra. Nel maggio 1993, dopo le stragi Falcone e Borsellino, sarebbe culminato nell’anatema di Giovanni Paolo II contro gli «uomini di mafia» nella Valle dei Templi: «Convertitevi perché un giorno verrà il giudizio di Dio». La mafia non solo non si convertì ma reagì con l’arma del terrore. Piazzò una bomba nella chiesa del Velabro a Roma e uccise due preti: don Pino Puglisi, che a Brancaccio sfidava la mafia sottraendole il controllo del territorio, e don Giuseppe Diana in Campania. Oggi l’appello di papa Francesco fa crescere la coscienza civile: Nessuno può fare finta di non capire che con la mafia e la camorra non bisogna avere niente a che fare: né a Roma né a Palermo, né a Corleone”, ne altrove. Se la mafia è «adorazione del male» i mafiosi non possono avere nella chiesa diritto di cittadinanza. Parole definitive quelle di papa Francesco . La sua scomunica chiude la stagione dei silenzi e offre la lettura più autentica del messaggio evangelico: la mafia è inconciliabile con il cristianesimo. D’un colpo il papa spazza via anche le forme residue di vicinanza riconoscibili nelle pratiche ostentate, se non proprio folcloriche, e nei rituali di affiliazione della camorra devota.

Tante sono le storie nelle quali si ritrovano le tracce di questo rapporto inquinato. Agli occhi dei boss benefattori la chiesa non è più la grande madre protettiva.

E ora è papa Francesco a completare la loro cacciata dal tempio.

Ovviamente il tutto, per spiegarlo a qualcuno, non è solo un qualcosa che va visto con un telescopio, oppure un fenomeno che non ci riguarda, lontano, da noi che non ci appartiene. Ricordo quando ad una festa patronale fui quasi spinto perché un qualcuno che non conosco, forse un boss, un parente di un boss del quartiere, doveva collocarsi davanti a tutti in una chiesa gremita di fedeli. Ben venga allora una nuova evangelizzazione che vada a toccare quei luoghi.

Basta immagini, santini, e offerte e processioni per essere  seguaci di Cristo, solo una vera conversione può arginare la cultura camorristica.

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Gennaro Napoletano - Direttore Editoriale di LaFragolaNapoli.it