Napoli- ‘o cuorpo ‘e Napule, ecco cosa rappresenta.

 

La statua del dio Nilo, anche detta in napoletano ‘o cuorpo ‘e Napule, è una scultura marmorea eretta durante il periodo romano tra il II e III secolo d.C.

10418377_10205881869144958_3848262660070760590_nLa statua domina il largo corpo di Napoli e costituisce un elemento di elevata fattura di tutto il centro storico partenopeo.

Nella Napoli greco-romana si stabilirono numerosi egiziani (provenienti da Alessandria d’Egitto); le colonie erano formate da ceti sociali differenti tra loro (viaggiatori, mercanti, schiavi) ed i napoletani non si dimostrarono avversi a questo popolo, anzi, le colonie vennero soprannominate le «nilesi», in onore del vasto fiume egiziano. Gli Alessandrini decisero così di erigere una statua che ricordasse il fiume Nilo, elevato ai ranghi di divinità portatrice di prosperità e ricchezza alla loro terra natia.

Solo nel 1657, quando fu totalmente demolito il vecchio edificio del sedile, la scultura fu adagiata su un basamento e restaurata per iniziativa delle famiglie del seggio dallo scultore Bartolomeo Mori, il quale integrò la statua con la testa di un uomo barbuto, le sostituì il braccio destro e vi apportò la cornucopia, la testa del coccodrillo presso i piedi del dio, la testa della sfinge posta sotto il braccio sinistro e i vari putti; infine sul basamento fu posta un’epigrafe a ricordo, il cui testo, anche se in maniera imprecisa[2], fu riportato da Tommaso De Rosa nella sua opera del 1702 intitolata Ragguagli storici della origine di Napoli, realizzata con l’ausilo dello zio Ignazio.

Dopo che fu persa la prima epigrafe e la statua fu danneggiata, nel 1734 fu applicata l’epigrafe dettata dal noto erudito Matteo Egizio che tuttora si può leggere, in occasione dei lavori di restauro patrocinati dalle nobili famiglie Dentice e Caracciolo e promossi da varie personalità tra cui l’architetto Ferdinando Sanfelice.

Ulteriori poderosi restauri furono apportati dallo scultore Angelo Viva tra la fine del XVIII secolo e i primi anni del XIX secolo alle parti integrate dal Mori, che a quanto pare dovevano aver subito nel frattempo gli ennesimi pesanti atti vandalici. Lo stesso scultore narra esplicitamente di una statua ormai ridotta a «monco di busto» cui aveva ricostruito ex novo quasi tutte le membra e quasi tutti gli elementi decorativi che la circondavano.

Durante il secondo dopoguerra, due dei tre putti che circondavano in basso la divinità nonché la testa della sfinge che caratterizzava il blocco di marmo furono staccati e rubati, probabilmente per rivenderli al mercato nero. La testa della sfinge verrà ritrovata nel 2013 in Austria, dopo sessant’anni dal furto, dal Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri[3]. Al momento della diffusione della notizia, il comitato per il restauro della statua si era già ricostituito per intraprendere una nuova pulizia del monumento dopo che erano passati vent’anni dall’ultimo intervento, eseguito sempre per iniziativa del comitato nel 1993[4].

Il restauro, che si è prefisso anche di ricollocare la testa ritrovata, è durato per quasi tutto il 2014 e si è concluso nel mese di novembre[5]. Il 15 novembre 2014 la statua è stata presentata alla città con una solenne inaugurazione.

Così recita l’iscrizione incisa sul basamento della statua:

(LA)

« Vetustissimam Nili Statuam Ab Alexandrinis Olim Ut Fama Est In Proximo Habitantibus Velut Patrio Numini Positam Deinde Temporum Injuria Corruptam Capiteque Truncatam Aediles Quidem Anni MDCLXVII Ne Quae Huic Regioni Celebre Nomen Fecit Sine Honore Jaceret Restituendam Conlocandamque Aediles Vero Anni MDCCXXXIV Fulciendam Novoque Pigrammate Ornandum Curavere Placido Princ. Dentice Praef. Ferdinandus Sanfelicius Marcellus Caracciolus Petrus Princeps De Cardanas Princ. Cassan. Dux Carinar. Augustinus Viventius Antonius Gratiosus. Agnell. Vassallus Sec. »

t« Gli edili dell’anno 1667 provvidero a restaurare e ad installare l’antichissima statua del Nilo, già eretta (secondo la tradizione) dagli Alessandrini residenti nel circondario come ad onorare una divinità patria, poi successivamente rovinata dalle ingiurie del tempo e decapitata, affinché non restasse nell’abbandono una statua che ha dato la fama a questo quartiere. Gli edili dell’anno 1734 provvidero invece a consolidarla e a corredarla di una nuova epigrafe, sotto il patronato del principe Placido Dentice.

È alquanto curioso notare come l’anno del primo restauro (il 1657, alla romana MDCLVII) sia stato indicato nell’epigrafe in maniera imprecisa (MDCLXVII), mentre lo stesso Matteo Egizio, che l’aveva dettata, ripara all’errore indicando l’anno corretto in una sua raccolta epigrammatica.

La scultura non è interamente risalente all’epoca imperiale romana, infatti gran parte delle sue parti è frutto di integrazioni apportate nei secoli. Parti “originali” sono davvero poche: il busto, gli arti inferiori velati e il braccio e spalla sinistri del dio, le onde su cui si distende, il coccodrillo e la sfinge meno che le relative teste.

 

 

 

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Gennaro Napoletano - Direttore Editoriale di LaFragolaNapoli.it