23-03-2014
In questa società secolarizzata e laicizzata dove certi studi televisivi, sembrano mettere Dio al bando dalla storia e considerare i valori religiosi, nel migliore dei casi, come una sorta di optional, qualcosa che si può accettare, la famiglia di oggi, anche la famiglia cristiana, è debole, fragile, insicura.
l’aumento delle separazioni e dei divorzi che incide anche sulla famiglia italiana. Tuttavia la grande maggioranza delle famiglie vive ancora nella fedeltà, in una situazione di solidarietà, in un sostanziale mutuo accordo anche all’interno di una società che sembra aver messo ai margini il valore della fedeltà.
Quante testimonianze di amore alla vita, di servizio alla vita da parte della famiglia cristiana! C’è una nuova e sempre maggiore consapevolezza nelle famiglie del proprio carisma, del proprio ruolo anche nella Chiesa, dell’essere Chiesa, “piccola Chiesa domestica”, come ricorda il Concilio, ben al di là delle difficoltà della vita quotidiana. Si dice che la famiglia cristiana è diventata debole e fragile, ma la famiglia italiana, soprattutto quella cristiana tiene, rappresenta un punto di forza delle nostre comunità; è un luogo in cui la grazia di Dio ancora penetra, è una risposta all’appello alla santità, che Dio rivolge agli uomini e alle donne di ogni tempo.
Mi sia permesso ricordare a quanti, in omaggio all’esaltazione dell’antico, si lamentano della crisi vera o presunta della famiglia, che questo è il momento dei divorzi, delle separazioni, delle incomprensioni, ma è anche quello della crescita dei valori cristiani, il tempo in cui forse, per la prima volta, dall’avvento della Chiesa, dopo molti secoli, si riprende a leggere la Bibbia in famiglia. Ci sono ancora energie forti nella famiglia cristiana.
Vorrei fermarmi ad analizzare un poco in profondità due specifici segni, che appaiono particolarmente importanti per gli effetti, e in qualche modo anche più indicativi di tutte le altre successive e possibili testimonianze della famiglia cristiana.
Due segni specifici: la fedeltà e la solidarietà.
La famiglia cristiana è una realtà che proietta nella storia queste due esperienze forti e, in qualche misura impenetrabili, insondabili da parte della cultura laica e secolarizzata: il segno della fedeltà e quello della solidarietà.
Esaminiamo il segno della fedeltà. Tutti noi constatiamo quanto sia diventato difficile, nella cultura contemporanea, accettare l’ideale evangelico del patto definitivo e irreversibile, che unisce un uomo e una donna tutta la vita nella buona e nella cattiva fortuna, nella salute e nella malattia, come ricorda un antico rituale del matrimonio. Prevale l’interpretazione pragmatica e funzionalistica del rapporto coniugale: stare insieme perché si dice di stare bene insieme, finché si è felici insieme; quando poi, nella vita della coppia, irrompono la sofferenza, l’infelicità, le difficoltà nel rapporto, i coniugi si arrendono molto presto e facilmente, non sanno reggere una prova della fedeltà. La fedeltà, dobbiamo ricordarlo, è tale anche nei momenti più difficili, per ragioni legate all’adeguamento degli stili di vita e alla dinamica demografica che caratterizza gli ultimi due secoli della vita dell’Occidente.
Oggi, quando due giovani si sposano, tra i ventisei e i trenta anni, hanno davanti a sé, se non intervengono separazioni e divorzi, circa cinquanta anni di vita coniugale. Quello che un tempo era una rarissima eccezione, le nozze d’oro, sono un normale traguardo della coppia di oggi.
I coniugi cristiani sanno che tutto questo, la fedeltà della lunga durata, non è un risultato degli sforzi umani, non è una acquisizione derivante dalle scienze umane, ma essenzialmente un dono che viene dall’alto, un riflesso, sulla fedeltà dell’uomo, della fedeltà di Dio.
Il secondo segno forte, al quale facevo riferimento, è quello della solidarietà: la famiglia cristiana, la coppia cristiana, come quella che testimonia il Vangelo e vive concretamente il Vangelo attraverso l’esperienza forte della solidarietà. C’è sicuramente anche una solidarietà laica; non dobbiamo né colpevolizzarla, né metterla da parte come inutile. È una solidarietà operaia, una solidarietà di cittadini, magari qualche volta inquinata dal vizio del corporativismo. È solidarietà con una base e un significato umano, che dobbiamo saper cogliere.
C’è però una solidarietà forte, una solidarietà evangelica che nasce dalla capacità della coppia di fare propria l’esperienza della vita quotidiana; la capacità di fare propria quella che potremmo chiamare l’eminente solidarietà di Dio. Come possiamo leggere altrimenti prima la creazione e poi ancora, a maggior ragione, l’incarnazione, l’irruzione misteriosa di Dio nella nostra storia? Cristo è Dio che si fa solidale con gli uomini, condivide la sorte e le sofferenze degli uomini. Il Dio cristiano non è un Dio estraneo, lontano, ma un Dio solidale. E anche in questo caso, come per la fedeltà, tutte le volte che gli uomini e le donne sanno realizzare una esperienza forte di solidarietà, fanno e testimoniano un’esperienza forte di Dio, del Dio cristiano, che è appunto un Dio solidale.
Il discorso porterebbe lontano; vediamo che la cultura contemporanea ha certo espresso forme di solidarietà laica, tendenzialmente però la società contemporanea sembra ormai rifuggire la solidarietà. Primo obbligo della solidarietà è il rapporto di coppia: la capacità di condividere, di accettare l’altro anche nei momenti in cui l’altro ci può deludere o non è all’altezza delle nostre aspettative. Non è buono, non è simpatico, non è bello, non è attraente come avremmo voluto e come avevamo pensato nei primi anni del fidanzamento. La cultura contemporanea dominante tende ad escludere, in questo senso profondo, la solidarietà dal rapporto di coppia. Quando l’altro entra in crisi, quando si constata che chi pensavamo fosse bello magari ora bello non è più, chi era simpatico è diventato antipatico, colui che era attraente è diventato scostante, si può arrivare a una sola decisione: vale la pena continuare il rapporto? Meglio rompere, ci si deve separare, allontanare, si deve divorziare, per cercare poi altrove chi finalmente sarà bello, simpatico, attraente e con il quale essere finalmente felici. Una sorta di ricerca affannosa dell’ideale rapporto, quasi sempre destinata a sfociare in una serie ricorrente di fallimenti.
E invece ecco la dura, severa, esigente proposta cristiana, quella della compiuta, piena solidarietà nei confronti dell’altro. Accettare l’altro, continuare ad accogliere l’altro, non semplicemente sopportare l’altro, anche nella cattiva fortuna, nell’apparente infelicità, anche nella sofferenza e nel dolore. I coniugi cristiani, capaci di dare questa forte esperienza di solidarietà nei confronti dell’altro, testimoniano ancora una volta il forte segno della presenza di Dio nella storia.
C’è però un secondo livello della solidarietà: quello dell’apertura alla vita, dell’accoglienza della vita, non solo quando è un’esistenza felice, che dà felicità, ma quando è una vita apparentemente infelice e apparentemente destinata a creare infelicità.
Secondo l’ottica laica, le varie tecniche di ingegneria genetica, delle quali sono piene le pagine dei nostri giornali, dicono che sarà possibile scegliere il figlio biondo, bruno, bianco o giallo, alto o basso; e ovviamente, anche se le varie gazzette non sfiorano questo aspetto pubblicamente, il giorno in cui si attende il figlio “bianco” e viene “nero”, si attende il figlio “alto” e viene “basso”, si attende il figlio “biondo” e viene “bruno”, si va incontro a un criterio selettivo.
È venuta meno, da parte della nostra cultura di oggi, la solidarietà nei confronti della vita nascente soprattutto quando questa vita nascente sembri a rischio. È oltretutto vero però che, ancora oggi, in un mondo secolarizzato e laicizzato, ci sono mille e mille famiglie che fanno l’esperienza forte dell’accoglienza della vita, della vita dell’handicappato, del bambino non normale, del bambino portatore di limiti già alle soglie dell’esistenza: famiglie che sanno accogliere i figli propri e, anche e soprattutto, i figli degli altri attraverso esperienze forti dello spirito dell’accoglienza.
Tutte le volte che le famiglie cristiane pongono in essere gesti di questo genere, io credo rivolgano al mondo, chiamiamolo così “laico”, una domanda: com’è possibile che quest’uomo e questa donna accolgano un figlio handicappato, lo adottino, persino bambini idrocefali condannati per tutta la vita a vivere in una carrozzella; com’è possibile che tutto questo avvenga?
E poi la domanda che la gente non può non porsi di fronte a questi temi: c’è irragionevolezza, c’è insipienza o follia o c’è qualcosa di più importante, che sta alla base di queste scelte così coraggiose per la vita, per l’apertura alla vita, per il servizio alla vita?
La FAMILIARIS CONSORTIO DI GIOVANNI PAOLO II CIRCA I COMPITI DELLA FAMIGLIA CRISTIANA NEL MONDO DI OGGI è chiara “La famiglia nei tempi odierni è stata, come e forse più di altre istituzioni, investita dalle ampie, profonde e rapide trasformazioni della società e della cultura. Molte famiglie vivono questa situazione nella fedeltà a quei valori che costituiscono il fondamento dell’istituto familiare. Altre sono divenute incerte e smarrite di fronte ai loro compiti o, addirittura, dubbiose e quasi ignare del significato ultimo e della verità della vita coniugale e familiare. Altre, infine, sono impedite da svariate situazioni di ingiustizia nella realizzazione dei loro fondamentali diritti.
Consapevole che il matrimonio e la famiglia costituiscono uno dei beni più preziosi dell’umanità, la Chiesa vuole far giungere la sua voce ed offrire il suo aiuto a chi, già conoscendo il valore del matrimonio e della famiglia, cerca di viverlo fedelmente a chi, incerto ed ansioso, è alla ricerca della verità ed a chi è ingiustamente impedito di vivere liberamente il proprio progetto familiare. Sostenendo i primi, illuminando i secondi ed aiutando gli altri, la Chiesa offre il suo servizio ad ogni uomo pensoso dei destini del matrimonio e della famiglia («Gaudium et Spes», 52).
In modo particolare essa si rivolge ai giovani, che stanno per iniziare il loro cammino verso il matrimonio e la famiglia, al fine di aprire loro nuovi orizzonti, aiutandoli a scoprire la bellezza e la grandezza della vocazione all’amore e al servizio della vita.”
Arriva poi La ricetta di Papa Francesco perché l’amore possa durare; Tre parole sulle quali si deve basare il matrimonio Il papa chiarisce che il “per sempre” non è solo questione di durata. “Un matrimonio non è riuscito solo se dura, ma è importante la sua qualità. Stare insieme e sapersi amare per sempre è la sfida degli sposi cristiani”.
Parla poi sulla convivenza matrimoniale: “Vivere insieme è un’arte, un cammino paziente, bello e affascinante” che “ha delle regole che si possono riassumere in queste tre parole che tu hai detto, parole che ho ripetuto tante volte alle famiglie: permesso – ossia ‘posso’, tu hai detto – grazie, e scusa”.
Posso?
È il permesso amorevole per entrare nella vita di qualcun altro con rispetto e attenzione. Il vero amore non si impone con durezza e aggressività e oggi, nelle nostre famiglie, nel nostro mondo, sempre violento e arrogante, manca la cortesia.
Grazie
Non è solo una parola amorevole da usare con gli estranei, allo scopo di essere educati. È necessario saper dire grazie per andare avanti insieme.
Scusa
Infine, il papa esprime con un pizzico di ironia: “Sappiamo tutti che non esiste la famiglia perfetta, e neppure il marito perfetto, o la moglie perfetta. Non parliamo della suocera perfetta…. Esistiamo noi, peccatori. Gesù, che ci conosce bene, ci insegna un segreto: non finire mai una giornata senza chiedersi perdono, senza che la pace torni nella nostra casa, nella nostra famiglia”.
Alle famiglie giunte in piazza San Pietro da tutto il mondo lo scorso 27/10/2013 il Papa raccomandato di pregare gli uni per gli altri, in unità. E le sprona a non considerarsi un bene privato, ma a condividere la loro gioia La famiglia che prega, che custodisce la fede, che vive la gioia. Le tre suggestioni che papa Francesco propone alle famiglie riunite in piazza San Pietro per l’incontro mondiale arrivano dritte al cuore. La preghiera, «quella semplice che si può fare anche attorno alla tavola recitando un Padre Nostro, il Rosario, pregando gli uni per gli altri: il marito per la moglie, la moglie per il marito, i genitori per i figli,l i figli per i genitori e i nonni. Questo fa forte la famiglia: la preghiera». La famiglia non è un bene privato. Dobbiamo chiederci se sappiamo condividerla con la testimonianza, con l’accoglienza, con l’apertura all’altro. Se sappiamo essere missionari».
E infine una domanda: «Un compito a casa, ciascuno risponda: come va la gioia a casa tua, nella tua famiglia?». Un lungo applauso mentre il Papa ha continuato: «la gioia vera che si gusta in famiglia non è qualcosa di superficiale, non viene dalle cose, dalle circostanze favorevoli… ma da un’armonia profonda tra le persone, dall’amore paziente, come quello di Dio. L’amore paziente è una virtù di Dio e anche noi dobbiamo avere pazienza tra di noi, gli uni verso gli altri». Chiudiamo ricordando un grande santo napoletano Alfonso Maria de’ Liguori che diceva “Chi prega, certamente si salva; chi non prega certamente si danna., una famiglia che si affida al Signore con la preghiera troverà sempre aiuto in Lui con la presenza dello Spirito Santo come ricordava la dottoressa Felicia Salomone in un suo appassionato incontro con le famiglie della pontificia Basilica di S. Antonio in Afragola Na alla quale salutiamo unitamente al suo consorte Diacono dott. Giuseppe Barisciano che con grande passione e competenza dedicano, al di la dei loro tanti impegni secolari, la loro competenza alla formazione delle Famiglie afragolesi.
indegnamente vostro Gennaro



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