Il presepe; Certo oggi il presepe è ben altra cosa da quello concepito da San Francesco

di Pina ludi

Chiudiamo un altro anno avviliti da un forte senso di angoscia e paura, dovuto alla crisi economica certamente, ma anche alla perdita progressiva di valori fondamentali quali la famiglia e l’amicizia. Siamo talmente sconfortati e pessimisti che ci siamo fatti prendere in giro dai Maya (o dai media), questi cari burloni che hanno predetto la fine del mondo per il 21 dicembre. Purtroppo e per fortuna la catarsi non c’è stata, e noi andiamo avanti con la nostra voglia di rinascita… e quella di festeggiare il Natale alle porte. Nonostante tutto.

E’ proprio nei momenti di crisi, di incertezza, che le persone cercano punti di riferimento solidi, sicuri, affettivi. E questo, a quanto pare, vale anche nella scelta tra l’Albero di Natale e il Presepe, anzi “’o presepio”, che a Napoli fa rima con San Gregorio “Armenio”. Anche se l’Albero è più bello, colorato e illuminato, il presepe, questo vale sicuramente per noi napoletani, ci da’ un’emozione diversa, dobbiamo ammetterlo. Senza contare che a Napoli la realizzazione del presepe e dei pastori è un vero culto, un’arte che non conosce confini e affascina tanta parte del mondo. Ma questa è retorica.

Quello che forse in molti ignorano, invece, è la storia plurisecolare che il presepe ha alle spalle, risalente al Duecento. Esso, infatti, trarrebbe le sue origini dalle rappresentazioni sacre tenutesi durante le feste natalizie e che avrebbero ispirato a San Francesco l’idea di realizzarne uno, per la prima volta, nel lontano Natale 1223.

Inizialmente i personaggi erano ridotti esclusivamente all’evento della Natività e solo dopo il presepe si è arricchito di scenari, personaggi, animali e finimenti di ogni genere. Eppure ci ha messo un po’ a diventare popolare a Napoli. Sembra, infatti, che solo nel Settecento, grazie alla passione contagiosa di Carlo di Borbone, si sia diffuso tra il popolo minuto, anche se in forma meno lussuosa e scintillante di quella delle corti europee anch’esse contagiate dal re.

E’ proprio in questo secolo che sul presepe del popolo – accanto a quelli sfarzosi della nobiltà e della ricca borghesia che così poteva ostentare la raggiunta solidità economica – compaiono le “figure del popolo” e tutti gli accessori della loro vita quotidiana, dentro uno scenario giocoforza allargato; fatto di case, capanne, botteghe, cascate, fiumi e torrenti a profusione.

Da allora, e nonostante le varie crisi legate agli avvenimenti storici, mai è scomparso dalle nostre case, evolvendosi di volta in volta, rivoluzionandosi anche. L’unica cosa che è rimasta immutata è la struttura compositiva, che vuole, rigorosamente, la grotta in basso, alla fine di un tortuoso cammino fra le montagne.

Ma quello che veramente pochi sapranno, è che la chiesa in origine celebrava la nascita del Salvatore il 6 gennaio e solo dall’inizio del IV secolo la data fu spostata al 25 dicembre. Giorno in cui, secondo il calendario giuliano (quello riformato da Giulio Cesare) veniva celebrata, anche dai cristiani, la nascita del sole, che dal 25 dicembre inizia ad aumentare la sua potenza. Quale metafora migliore per dire che Cristo è il sole che viene a squarciare tutte le tenebre?

Il presepe è ricco di simbolismi, e ogni “luogo fisso”, ogni elemento – originario e non legato alla popolanità – conserva una sua precisa rappresentazione simbolica, di origine religiosa o anche leggendaria. Così, ad esempio, la grotta rappresenta, tra l’altro, il confine incerto tra la luce e le tenebre, la vittoria sulle angosce e il trionfo della luce (che sta nascendo) sul buio ed è, quindi, non solo luogo della nascita miracolosa e salvifica, ma di rinascita in genere. La discesa impervia per raggiungerla, poi, può tranquillamente simboleggiare il difficile cammino per giungere alla salvezza. L’acqua, purificatrice – quella di fiumi, cascate, fontane e pozzi – è emblema di nuova nascita, così come è fonte battesimale. L’osteria, ancora, posta accanto alla grotta, oltre a legarsi al terribile viaggio di Maria e Giuseppe che mai trovarono ristoro, come può non essere presagio del tradimento di Giuda? E non è forse significativo che il Cristo nasca in una mangiatoia, che potrebbe anche rappresentare la vorace cattiveria del mondo pronto a divorarlo? I tre re Magi, infine, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, vengono da oriente, cioè da dove nasce il sole, ed essi vanno ad omaggiare il “sole” che nasce per rischiarare il mondo.

Certo oggi il presepe è ben altra cosa da quello concepito da San Francesco; non solo, come già detto, si è arricchito, impreziosito, popolarizzato… ma, purtroppo, sembra aver perso significato, diventando finanche anacronistico, o meglio, specchio della nostra attualità. Diciamoci la verità, sono in molti ad allestire il presepe solo per farne bella mostra, abbandonandosi ad ogni tipo di esagerazione totalmente estranea alla’originario culto della Natività. Così, in molte case, Gesù non nasce nell’arida Palestina ma in una Napoli florida e popolare, senza dolore né presagio di morte; talvolta in una bella culla o tra le colonne di un tempio pagano; nel bel mezzo di una festa corale di tutti i personaggi (lavandaie, ambulanti, venditrici di spassatiempo…) che ballano, suonano, mangiano e non hanno paura del peccato.

“Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo e vieni in una grotta al freddo e al gelo…” recita una canzone natalizia. Non a Napoli, dove i vasi di fiori alle finestre si sprecano, come la frutta che dovrebbe esserci solo in piena estate, ed i garzoni, come le lavandaie che stendono i panni, sono in maniche di camicie!

In mezzo a loro, magari, anche un chiassoso Pulcinella con un bel corno collaudato anti jella al collo, tanto per non correre rischi. E questo senza contare i vari Totò, Troisi, Bossi, Berlusconi, Di Pietro, Monti, Fornero, i Savoia, arrivati da noi in terracotta prima che in carne e ossa. A tutti questi, e molto di più, oltre i sacchetti di ‘munnezza’, in occasione del 150° dell’unità d’Italia si sono aggiunti anche Garibaldi e qualche sparuto superstite dei Mille. Addirittura, orrido a dirsi, l’anno scorso un artigiano ha preparato la figura di un noto “zio” legato ad una brutta vicenda di cronaca nera.

Personaggi attuali, insomma, che, preparati per divertire i visitatori, possono comparire senza ritegno sul presepe di casa nostra. Peccatuccio che potremmo anche perdonarci, visto che già nel Settecento il presepe fu una galleria dei ritratti della nobiltà e della borghesia più in vista; ma sarebbe meglio lasciare da parte bombetta, divisa da postino, fascia tricolore e tutto il resto…

Regole per fare un bel presepe non esistono, ognuno fa a modo suo; solo cerchiamo di rispettare la struttura e i momenti principali. E poi, che il paesaggio non sia troppo brulicante di case e botteghe illuminate, animali e personaggi che si accalcano e si urtano. Corriamo il rischio che la scena principale, la Natività, venga sopraffatta e non va bene. Il presepe, d’altronde, racconta ancora della nascita di Gesù, di quel momento che cambiò la storia dell’umanità.

About gennaro61

Gennaro Napoletano - Direttore Editoriale di LaFragolaNapoli.it