di Gennaro Napoletano
Non c’è più città che non abbia ormai il suo «mercatino di Natale». Così come non c’è più borgo animato che non abbia il suo presepe vivente. Paese di tradizioni e di fede, si dirà. Paese di imitatori, si potrà obiettare. I nostri mercatini offrono il più delle volte un’accozzaglia di mercanzia: dalle mutande in similcotone, alle valigie in similpelle, dalle pentole ai porta-tv.
Che hanno di natalizio? Nulla. Sono espedienti per sfruttare la corrente consumistica che si crea – adesso a causa all’Imu un po’ meno – sotto le feste. Non hanno un’anima né una tradizione né la poesia dei veri mercatini di Natale che si svolgono in alcuni centri alpini, per non parlare di quelli nel Nord Europa. E quella poesia non possono crearla certo i vigili urbani chiamati a sanzionare chi vende borse taroccate anziché pastorelli e Bambinelli.
Al Sud la poesia di Natale la fanno il profumo dei mandarini e le frasche di pino che una volta si usavano per circondare i presepi. Le candele, gli angioletti, gli aromi speziati non ci appartengono, fanno parte di una cultura nordica che vive una festa diversa, tutta giocato sulla luce. Natale è in questa visione soprattutto la rinascita della luce, il giorno in cui il buio dell’inverno comincia ad arretrare. L’evento cristiano si è sovrapposto a culti e riti più antichi rinnovandoli e uscendone trasformato.
Gesù è nato al Sud, in una terra arida e povera come ancora se ne trovano andando in giro per il Medio Oriente. Essa è fatta di luce e di poche luci. Gli angeli diedero l’annuncio a pastori che dormivano all’aperto con le loro greggi. In nessun paese alpino o, peggio, nordico, questo sarebbe potuto accadere. Fosse nato a Copenaghen Gesù Bambino forse avrebbe trovato un’ottima levatrice, ma non ci sarebbe stato nessuno a prostrarsi ai suoi piedi.
Oggi inventiamo dappertutto mercati che vorremmo vendessero candele, abeti e angioletti, dimenticando che in passato i nostri «mercatini» c’erano, ma offrivano cibo. Perché almeno una volta l’anno la fame antica doveva essere saziata. Frutta, verdura e quei prodotti che forse solo a Natale si potevano mangiare come i salumi e il capitone. Perché per il resto dell’anno erano un lusso troppo grande. Grazie alla globalizzazione e al benessere, anche il più scalcagnato supermercato di provincia oggi offre salmone selvaggio affumicato e vasetti di caviale. Ma che c’entrano con le nostre alici fritte o con i cardi o con i fichi secchi alla mandorla? Addio tradizioni. Addio rapporto sano con il cibo dove l’ingordigia un tempo era tenuta a freno dalla miseria e dove oggi dobbiamo pagare invece il dietologo per farci prescrivere un piatto di lenticchie o una coppa di minestrone.
Sono cambiati i tempi da quella Palestina di duemila e rotti anni fa. Nascesse oggi Gesù Bambino lo sapremmo da un tweet (cinguettio) della Madonna, altro che angeli in cielo. E nessuno andrebbe alla Grotta, ma ci limiteremmo a qualche sms di felicitazioni. Certo, nel giro di qualche giorno sarebbero aperte anche molte pagine Facebook di sostenitori. Per Erode – c’è sempre un Erode, basta andare nel Connecticut – sarebbe un po’ più difficile mettere fuori strada i Magi, che se ne infischierebbero dei suoi suggerimenti e della Stella: grazie a un buon navigatore arriverebbero alla capanna spediti, magari in elicottero. Ah che squallida Natività sarebbe e come sarebbe più difficile, se non impossibile, comprendere quel che i poveri pastori d’istinto capirono in una notte di speranza.
È questa scorza che nel corso dei secoli è cresciuta attorno al cuore degli uomini a rendere ogni anno più difficile la comprensione di quel che accadde in Betlemme. E allora ci affidiamo a qualche bancarella carica di paccottiglia cinese per farci suggestionare e provare così a ricordare il mistero di un Dio che si fa uomo.


